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Dopo il terremoto, la speranza
Quando la terra ondeggia o sussulta, anche in chi si trova lontano dal luogo del sisma si ridestano paure ancestrali. Ci si sente piccoli ed inermi di fronte alla natura che, non più madre ma aspra nemica, si scatena e travolge ogni cosa. Viene quasi il sospetto che essa in tal modo voglia punire l’uomo, quel figlio ingrato che da sempre, ma mai come oggi, cerca di piegarla ai suoi fini. Poco tempo fa a tremare è stata buona parte dell’Abruzzo, e non per la prima volta, ma in realtà l’Italia, quasi dovunque geologicamente “giovane”, ha una triste dimestichezza con i movimenti tellurici. Quando la terra trema, uccide e distrugge ed anche dopo la scossa fatale continua ad essere inquieta e a seminare l’inquietudine tra le persone. E’ ancora presente in noi il ricordo i quelle file di bare, di quelle lagrime irrefrenabili; la vita è sempre sacra ma quando, come in Abruzzo, a perderla sono tanti giovani e bambini, ci si sente colpiti nel profondo e lo smarrimento è più forte. E quanto rattristano, quelle rovine! Dall’abitazione più modesta al monumento più celebrato, tutti quei cumuli di pietre avrebbero tanto da raccontare. In uno scenario di così grande desolazione, come un fiore nel deserto ha fatto la sua comparsa la solidarietà, preziosissima quando il freddo pungente e il maltempo che faceva gonfiare i corsi d’acqua provocando frane e smottamenti, esasperavano i già pesanti disagi derivati dal sisma. Il tempo è ora clemente, l’aria è mite ma i terremotati hanno ancora bisogno di conforto e di aiuti concreti se consideriamo che 1’ opprimente calura estiva non risparmierà neppure le tendopoli. Poi saranno ancora lì, quelle tende azzurre, quando il precoce inverno di montagna farà ritorno? Tutti vorremmo essere in grado di dare a tale domanda la più rassicurante delle risposte, ma, non possedendo il dono della chiaroveggenza, non ci resta che accogliere fiduciosamente le promesse fatte a quella gente in difficoltà. Speriamo quindi che le casette di legno di cui tanto si parla non tardino ad ospitare migliaia di persone ma che questa sia solo una soluzione temporanea, in attesa che nuove case vengano costruite con criteri conformi alla natura del suolo. Auguriamoci anche che i proprietari dei terreni confiscati perchè ritenuti idonei a nuovi insediamenti vengano risarciti adeguatamente e che coloro i quali hanno le abitazioni agibili rientrino in esse, vinta infine l’angoscia che, soprattutto della notte, li assale. Pur con il pensiero rivolto alla rinascita e alla ricostruzione, ci rammentiamo che nei giorni successivi al terremoto ci è stato ripetutamente detto che esso è imprevedibile. A questa realtà è giocoforza rassegnarsi ma all’incompetenza, all’incuria e alla cupidigia di quelle persone che hanno agevolato la sua opera di devastazione, ogni coscienza limpida deve ribellarsi. Quale speranza può essere allora più viva di quella che la giustizia segua il suo corso, senza lungaggini o tentennamenti?
Consuelo
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